Montevirginio – Bona Dea/il Sacro 

Al principio, Fauna formò, insieme con Faunus, una delle più antiche coppie degli dei del Lazio. Con il nome di Bona Dea, Fauna, dea romana, fu, era stata ed è, con Fauno, divinità della pastorizia e dei boschi e con il nome di Fatua (Giustino XLIII, 1, 8; Macrob., Saturn., I, 12, 21; Servio, ad Aen., VII, 47, ecc.), divenne dea esoterica in grado di predire il futuro (anche di oggi). Dal suo culto erano esclusi gli uomini (Macrob., Sat., I, 12, 28; Prop., IV, 9), come al culto e al rito di Fauno erano escluse le donne.
Il nome di Bona Dea si rafforzò con il culto di una divinità greca introdotta a Roma dalla Magna Grecia: Damia, dea greca che a Roma si immedesimò con il nome di Bona Dea. Il culto di Damia, divinità venerata nell’Argolide, ma anche a Sparta, a Tera e, in Italia, a Taranto, era regolato da alcuni misteri ed erano ammesse solo le donne (ἡ γυναικεία ϑεός la chiama Macrob., Sat., I, 12, 27).

Dopo la caduta della città di Taranto in mano dei Romani (272 a. C.), il culto di Bona Dea si diffuse a Roma. Fu da allora che quel culto, riservato alle donne, si identificò con quello di Fauna: così il culto di Bona Dea divenne unico e con poteri eccezionali.

Statua di Bona Dea
con iscrizione sul basamento in tre righe

Ex visu iussu Bonae Deae sacr(um)
Callistus Rufinae n(ostrae) actor

Descrizione della statuetta
Il marmo bianco a grana fine, probabilmente italico, caratterizza la testa ed il corpo, ma la prima appare molto più compatta e levigata; il secondo presenta una forte venatura obliqua di colore grigio visibile sul davanti e sul retro. Una frattura netta separa la base del collo dal corpo ed una lacuna di forma triangolare (non ravvisabile nell’immagine) distingue drasticamente queste due parti.
L’altezza della testa è di cm 10,5, la distanza tra fronte e mento è di cm 7,5.
Il braccio sinistro con la cornucopia appare tagliato nella parte inferiore e probabilmente già riparato, come dimostra un foro di trapano; similmente avviene nel braccio destro troncato sopra il gomito.
La spalliera del trono è priva della terminazione superiore destra, in corrispondenza della quale compare un perno metallico. Una sbeccatura interessa il panneggio ripiegato sopra le ginocchia, sul lato sinistro. Il viso si presenta scalfito in più punti, soprattutto in corrispondenza del sopracciglio sinistro, del mento, e privo del naso.
La dea seduta sul trono in posizione frontale e ieratica con la gamba sinistra avanzata rispetto all’altra, reca sul braccio sinistro una cornucopia ricca di vari frutti tra cui pomi, grappoli di uva, pampini e lunghe spighe ricadenti dal bordo.

La festa

La festa di Bona Dea ricorreva una volta all’anno, a data non fissa, al primi giorni di dicembre. Si celebrava di notte, sul modello di quelle greche παννυχίδες, nella casa di un magistrato cum imperio. Lì convenivano le matrone romane, incaricate di compiere il rito per conto dello stato, pro populo, insieme con le Vestali e le matres familias: gli uomini erano rigorosamente esclusi.
Al rito presiedeva la moglie del magistrato nella cui casa si allestiva la festa; ella assumeva in tale occasione, come sacerdotessa della dea, il nome di damiatrix (da Damia, dea greca).
Il rituale e le formule del culto si mantenevano segrete: s’intende così come gli scrittori romani designino di solito tale festa col nome di mysteria.
Come vittima, veniva offerta alla dea una scrofa; la sala della festa veniva adornata di tralci di vite, mentre non doveva comparirvi il mirto. Nel rito, accompagnato da musica e da danze, aveva larga parte anche il vino, il quale però veniva sempre indicato con falso nome (Macrob., Sat., I, 12, 25: vinum in templum eius non suo nomine soleat inferi, sed vas in quo inditum est mellarium nominetur et vinum lac nuncupetur). (il vino non viene solitamente portato nel tempio con il suo nome, ma il vaso in cui viene messo si chiama vaso di miele, e il vino si chiama latte).