Montevirginio – La storia: Pezzo Tufo e Monte Virginio

La relazione archeologica di Antonietta Klitsche de la Grange relativa ad alcuni ritrovamenti archeologici nel territorio del Comune di Canale Monterano riferisce informazioni che sono presenti anche nel “Bullettino dell’Istituto di corrispondenza archeologica N° 11 di Novembre 1884”.
Il nome “Pezzo Tufo”
La dott. Antonietta Klitsche de la Grange ha fatto le seguenti considerazioni:
“La località Pezzo Tufo, ai confini della Riserva Naturale Regionale Monterano, è un toponimo che mi ha sempre lasciata interdetta. Che senso aveva chiamare un luogo specifico pezzo tufo quando l’intera zona è scavata proprio nel tufo?
Nel 1884, la zona era conosciuta come Pozzo Tufo, per via di “un pozzo di forma cilindrica scavato nella roccia, munito di pedaruole per la discesa” al cui interno vennero rinvenuti teschi, ossa umane, frammenti di buccheri etruschi, ma anche uno specchio, un orecchino ed un grande fallo di terracotta.
DOVE SI TROVA QUESTO POZZO?
Nella stessa relazione si parla della famiglia Rabbai, in particolare di Angelo Rabbai. Un cognome ancora diffuso nella zona e che sembra avere origine etimologica e storica nel mondo dell’ebraismo: i “rabbi” erano infatti i cosiddetti maestri ebrei delle Leggi.
Viene inoltre citata la famiglia Tosti (in particolare il Sig. Scipione Tosti) di Oriolo Romano di cui si hanno tracce fin dalla metà del 1700 e di cui, curiosando sul sito di Fototecaoriolo, forse possiamo vedere la faccia del nipote (che porta proprio il nome del nonno!), “falegname apprendista”, così è indicato sulla carta d’identità rilasciata ad agosto del 1938.
Chi è Antonietta Klitsche de la Grange
L’autrice di queste informazioni è Antonietta Klitsche de la Grange, figlia della nobildonna Teresa Costanzi e del barone prussiano Theodor Friedrich Klitsche de la Grange. Trascorse buona parte della sua vita nella vicina Allumiere insieme al fratello Adolfo (a cui è intitolato il Museo Civico) e fu la prima donna a lavorare per l’Osservatore Romano, il quotidiano ufficiale del Vaticano. Una donna scrittrice e giornalista alla fine del 1800, residente in un paese vicino al nostro e attenta conoscitrice del nostro territorio!
Dalle sue informazioni è opportuno chiedersi: dove sono conservati oggi i reperti che Antonietta Klitsche de la Grange aveva inserito nella sua collezione privata?
DOVE SONO I REPERTI DELLA COLLEZIONE DI QUESTA SIGNORA?
(notizie fornite dal “Bullettino dell’Istituto di corrispondenza archeologica N° 11 di Novembre 1884”.
————————-
Dal Bullettino dell’Istituto di corrispondenza archeologica N° 11 – Novembre 1884
GLI SCAVI (testo integrale)
a. Tombe etrusche presso Canale Monterano
A nord ovest di Bracciano, seguendo l’odierna via Claudia Braccianese, di poco oltrepassata la terra di Manziana, veggonsi da lontano alcuni ruderi che a primo aspetto appariscono avere appartenuto ad un castello medioevale. Sono questi i ruderi di un antico borgo che nelle cronache del medio-evo trovai indicato sotto la denominazione di Maturanus; nome che risente alquanto di etrusca etimologia e che doppoi fu corrotto in quello di Monterano.
Cotesto sito oggi è del tutti deserto e diruto, dappoiché i suoi abitanti, costretti a fuggire la crescente infezione dell’aria, si trasferirono più verso l’alto, ove fondarono, è un secolo appena, l’attuale comune di Canale Monterano. Purtuttavia occorre credere che la circostante regione, altre volte compresa nella lucumonia di Cere, fosse già popolata da moltissimi paghi o villaggi, imperocché non vi ha quasi collina in quei dintorni che non veggasi perforata da numerose celle sepolcrali; sicuro indizio che del pari numerose fossero nelle vicinanza le abitazioni dei vivi.
Ad uno di questi paghi, se non all’etrusco abitato di Maturano, sembra che appartenesse un gruppo di tombe da vario tempo scoperto in contrada Pozzo Tufo, a nord-ovest di Canale Monterano. Nella quale località facendosi verso la fine del passato inverno alcuni lavori agricoli fu rinvenuta in continuazione dello stesso gruppo un’antichissima camera sepolcrale(1).
Questa tomba, a cui discendevasi mediante alcuni gradini praticati nella roccia, era interamente scavata nei fianchi di sovrapposta collina tufacea, con volta a due pioventi ed architrave nel mezzo, banchine di lato e di fronte, e piccola porta rastremata, chiusa già da una grande lastra di tufo. Siffatto ambiente, comprese le banchine, misurava appena metri 3,60 di lungo e 2,30 di largo, dimodoché le numerose stoviglie che vi rinvennero, stavano affastellate sulle stesse banchine e nello spazio intermedio. A destra entrando stavano due grandi dolii (vasi di grandi dimensioni) di color rossastro, del tutto simili tra loro, ed egualmente decorati lungo il ventre di scanalature verticali eseguite alla stecca. Siffatti dolii erano coperti al disopra, uno da un largo piatto rosso, l’altro da una tazza, o conca emisferica parimenti rossa, sorretta da tre piccoli piedi cilindrici. Sembra pertanto che tali recipienti avessero potuto servire a contenere alcunché che fosse stato in essi riposto: ma disgraziatamente furono vuotati senza punto guardarne il contenuto. Cotesti grandi fittili, come pure il piatto e la tazza che serviranno loro di coperchio, sono formati da ruvidissimo impasto di materia vulcaniche, ed il colore esterno è dovuto ad una ingabbiatura di più fina argilla sedimentaria.
DOVE SI TROVANO I RESTI DI QUESTA TOMBA?
Poco più oltre, tra le due banchine, poggiavano a terra due grandi piatti, l’uno del diametro di cent. 50, l’altro di cent. 45, ambedue formati, come i dolii testé descritti, di grossolana argilla tufacea con ingabbiatura di bel color rosso ocraceo. Cotesti piatti, che per l’altezza degli orli potrebbero dirsi anche ciste fittili, sono ornati all’ingiro da una duplice zona ricorrente di figure rilevate ad impressione, egualmente ripetute tanto al di sopra come al disotto. Sul più grande di essi veggonsi cervi pascenti; sull’altro quadrupedi alati, leoni, cignali, figure umane in atteggiamento di danza ed uomini a coda di pesce, o Sirene, che si attaccano ai piedi di cavalli marini.
Nulla del resto siffatte figure, e per le movenze e per la impronta di quella maniera cosidetta asiatizzante, si direbbero differire da consimili rappresentazioni caratteristiche dei più antichi vasi di bucchero etrusco: tanto che sarebbe a dubitarsi di un’identicità d’incunabula. Considerando poi, rapporto a cotal genere di ornamentazione, la grossolana fattura di cotesti fittili e la qualità dell’impasto, propria delle ceramiche della prima età del ferro e come in alcune stoviglie di Villanova mascherata sotto ingabbiatura di color rosso; all’evidenza apparisce un stadio di arte che dalla tecnica del bucchero italico si avvicina al quella del bucchero etrusco.
E meglio ancora tale stadio di un’arte transitoria verso nuovi tipi ci viene ad dimostrato da un altro vaso uscito da cotesta tomba. E’ questo uno stamnos nero, alto cent. 36, elegantemente decorato lungo il ventre di regolarissime scanalature verticali e di piccoel filettature concentriche all’ingiro dell’orlo. Purtuttavia siffatto vaso è tuttora formato del solito impasto di materie vulcaniche e lascia vedere, come nei vasi di bucchero italico, quelle chiazze o ineguaglianze di abbrunimento ottenuto mediante affumigazione a forno aperto. Stava cotesto vaso sulla banchina di mezzo, insieme a tre kantharoi ad alti manichi e quattro olpi di vero bucchero etrusco.
Altri vasi simili erano pure sulla banchina sinistra, tra quali un ciatos elegantissimo, due cotili ed un’oinochoe di bellissima forma, con bocca a foglia di edera.
Sull’opposta banchina vedevansi tuttora i pochi avanzi di un cadavere incombusto, accanto al quale un calice di bucchero ad alto piede, due tazze della stessa materie e tre piccoli unguentarii greci dipinti con zone e con puntini bruni sopra fondo giallastro(2).
Sorprende per altro, come in mezzo a sì grande copia di oggetti fittili, secondo ché assicura lo scopritore di cotesta tomba, non si rinvenissero affatto oggetti metallici. Non è improbabile d’altronde che tali oggetti, bronzi forse estremamente ossidati, andassero smarriti tra la terra non passato al vaglio.
Aldissopra di cotesta tomba, verso l’alto del colle, fu poi trovato un pozzo di forma cilindrica scavato nella roccia, del diametro di metri 1,20 profondo metri 18. Questo posso è munito delle cosidette pedaruole per la discesa, e dal suo fondo si dipartono due gallerie orizzontali diametralmente opposte, addivenute ora impraticabili per le grandi frane cadute. Vuotato cotesto pozzo, vi è estrassero teschi ed ossa umane frammiste ad ossa di bruti, gran numero di frammenti appartenuti a vasi di bucchero etrusco; una lampada fittile sorretta da quattro conigli; un grande fallo di terra cotta; alcun pezzo di bronzo irriconoscibili; uno specchio graffito dello stesso metallo, ed un piccolo orecchino di oro. Sembra quindi trattarsi di un antico pozzo sepolcrale, o commune sepolcrum, bensì, come si arguisce dallo specchio graffito, attenente ad epoca molto posteriore a quella del vicino ipogeo.
DOVE SI TROVA QUESTO POZZO?
Sull’opposto versante della collina trovasi poi un altro gruppo di tombe, e di sa scendendo verso valle, altri sepolcri si rinvennero pure in un fondo dei signori Rabbai. Da questi sepolcri uscirono tre grandi dolii, dei quali due soltanto furono estratti sani(3).
Cotesti due dolii sono di egual forma e grandezza, similmente ornati di scanalature lungo il ventre e di un doppio giro di figure rilevate a stampa sotto il collo. Nel giro di sopra si vede un uomo ignudo che sostiene un cavallo per le redini: figure che di continuo si ripetono; in quel di sotto un cavallo solo, parimenti ripetuto su tutto il giro. L’impasto di tali fittili è formato della solita argilla tufacea grossolana, senza ingabbiatura di sorte, dimodoché l’impressione delle figure vi si rileva appena. Probabilmente siffatti recipienti servirono a contenere avanzi di rogo, dappoché vi si rinvenne nel fondo una terra grassa e nera frammista a minuzzoli di carbone.
Allumiere 27 ottobre 1884
A.(Antonietta) Klitsche de la Grange
Note
(1) Devesi una tale scoperta al proprietario di quel terreno Signor. Scipione Tosti di Oriolo Romano: il quale avvedutosi dei primi gradini, che conducevano a cotesta tomba, diresse in modo i lavori, che nulla andasse guasto o perduto. Avvertito io dell’avvenuto ritrovamento mi recai sopra luogo ed ebbi dalla stesso Signor Tosti tutti i più minuti ragguagli circa la disposizione dei singoli oggetti. Questi oggetti trovansi ora nella mia collezione archeologica.
(2) Appartengono al genere, sopra il quale ha trattato lo Helbig die Italiger in der Poebene p.84.86.
(3)Uno di questi dolii, gentilmente donatomi da Sig. Angelo Rabbai, trovasi ora nella mia collezione archeologica.